odio gli indifferenti

La figlia di Maria

Dinanzi a una grande foresta viveva un boscaiolo con la moglie; avevano un'unica figlia di tre anni. Ma erano così poveri, che non avevano neanche il pane quotidiano e non sapevano che cosa dare da mangiare alla bambina.
Un mattino il boscaiolo, pieno di preoccupazioni, andò nella foresta a lavorare e mentre spaccava la legna gli apparve una grande e bella donna che aveva una corona di stelle lucenti sulla testa e gli disse: «Io sono la vergine Maria, la madre del bambino Gesù; tu sei povero e bisognoso, dammi tua figlia, voglio prenderla con me, essere sua madre e pensare a lei».
Il boscaiolo obbedì, andò a prendere la bambina e la consegnò alla vergine Maria, che se la portò su nel cielo. Lassù ella era felice; mangiava marzapane, beveva latte dolce, i suoi vestiti erano d'oro e gli angioletti giocavano con lei.
Quando ebbe compiuto quattordici anni, la vergine Maria la chiamò e le disse: «Cara figlia, devo fare un lungo viaggio, prendi in custodia le chiavi per le tredici porte del regno dei cieli; dodici di queste porte tu le puoi aprire e osservare gli splendori che vi sono contenuti, ma la tredicesima, che si apre con questa chiavettina, ti è proibita; guardati bene dall'aprirla, perché altrimenti sarai infelice».
La giovinetta promise di essere obbediente e appena la vergine Maria fu partita, cominciò a visitare gli appartamenti del regno dei cieli; ogni giorno aprì una porta, finché ebbe visitato le dodici consentite.
In ognuna era seduto un apostolo, che era circonfuso di un grande fulgore e la giovinetta gioiva soprattutto della magnificenza e dello splendore e gli angioletti, che sempre la accompagnavano, gioivano con lei.
Restava solo da aprire la tredicesima porta proibita ed ella ebbe un gran desiderio di sapere che cosa ci fosse nascosto e disse agli angioletti: «Non voglio aprire tutta la porta e neanche entrar dentro; la aprirò appena appena, per vedere un pochino attraverso la fessura».
«No, no - dissero gli angioletti - sarebbe un peccato; la vergine Maria lo ha proibito, e ciò potrebbe essere la tua infelicità».
Ella rimase silenziosa, ma la curiosità non si placava nel suo cuore, rodeva e beccava dentro e non la lasciava in pace. E quando gli angioletti se ne andarono via, pensò: «Sono sola e posso dare una sbirciatina dentro; nessuno saprà ciò che ho fatto».
Scelse la chiavetta e quando la trovò la infilò nella serratura e quando fu infilata, la girò. La porta si spalancò ed ella vide la trinità seduta nel fuoco e nella luce.
Rimase immobile per un momento, e osservò tutto con stupore, poi avvicinò un po' il dito a quello splendore e il dito divenne tutto d'oro.
Subito provò un'angoscia fortissima, chiuse la porta violentemente e corse via. L'angoscia non l'abbandonò più: qualsiasi cosa si mettesse a fare, il cuore le batteva violentemente in continuità; anche l'oro rimase nel dito e non andò via, per quanto ella lo lavasse e lo strofinasse.
Non molto tempo dopo la vergine Maria ritornò dal suo viaggio. Chiamò a sé la giovinetta e le domandò le chiavi del cielo.
Quando ella le consegnò il portachiavi, la vergine la guardò negli occhi e le domandò: «Hai aperto la tredicesima porta?».
«No», rispose la giovinetta. Allora Maria le pose la mano sul cuore, sentì come batteva forte e capì benissimo che il suo ordine era stato trasgredito e che la porta era stata aperta.
Le domandò ancora una volta: «Davvero non l'hai fatto?».
«No», rispose la giovinetta per la seconda volta. Maria le guardò il dito che per aver toccato il fuoco celeste era diventato dorato, vide che aveva peccato e per la terza volta domandò: «Non l'hai fatto?».
«No», rispose la giovinetta per la terza volta. Allora la vergine Maria disse: «Tu non mi hai obbedito, e inoltre hai mentito; non sei più degna di stare nel cielo».
La giovinetta cadde in un sonno profondo e quando si svegliò giaceva sulla terra, in un luogo desolato e deserto.
Avrebbe voluto gridare ma non riuscì ad emettere alcun suono. Saltò in piedi e avrebbe voluto fuggire, ma dovunque si volgeva, era sempre trattenuta da spesse siepi di spine, che non poteva attraversare.
In quella solitudine nella quale era rinchiusa, c'era un vecchio albero internamente vuoto che doveva essere la sua abitazione. Vi si introdusse quando venne la notte e vi dormì e vi trovò rifugio contro la tempesta e la pioggia; ma era una vita desolata e quando ella pensava a come era stato bello abitare nel cielo quando gli angeli giocavano con lei, piangeva amaramente.
Suo unico cibo erano radici e bacche selvatiche che cercava nello spazio che le era concesso.
Nell'autunno raccolse le noci e le foglie cadute dagli alberi e le portò nel cavo dell'albero; le noci erano il suo cibo invernale e quando venne la neve e il gelo, si rifugiò tra le foglie per non gelare, come una povera bestiolina.
Dopo poco tempo i suoi abiti si stracciarono e un lembo dopo l'altro cadde dal corpo.
Appena il sole tornò nuovamente caldo, uscì fuori e si sedette dinanzi all'albero: i suoi lunghi capelli la ricoprivano da ogni parte come un mantello.
Così passò un anno dopo l'altro ed ella sentì tutti i guai e le miserie del mondo.
Una volta, quando gli alberi di nuovo si erano ricoperti di tenero verde, il re del paese cacciava nella foresta e inseguiva un capriolo e poiché questo era fuggito nella boscaglia che si chiudeva in quel punto, egli smontò da cavallo, allontanò i cespugli uno dall'altro e si aprì una via a colpi di spada.
Quando finalmente riuscì a penetrare dove i cespugli erano più fitti, vide seduta sotto un albero una meravigliosa fanciulla che era ricoperta fino ai piedi dai suoi capelli biondi.
Egli rimase immobile a guardarla per lo stupore poi le rivolse la parola e disse: «Chi sei? Perché ti trovi in questa solitudine?».
Ella non rispose perché non poteva aprire la bocca. Il re domandò ancora: «Vuoi venire con me nel mio castello?».
Ella fece solo un piccolo cenno col capo. Il re la prese nelle sue braccia, la mise in groppa al cavallo e tornò con lei a casa; appena giunto al castello la fece vestire di belle vesti e le diede tutto a profusione.
E sebbene ella non potesse parlare, tuttavia era così bella e gentile che egli la amò di tutto cuore e non passò molto tempo che la sposò. Era passato circa un anno quando la regina mise al mondo un figlio.
La notte dopo, mentre giaceva sola nel letto, le apparve la vergine Maria e le disse: «Vuoi dirmi la verità e confessare che hai aperto la porta proibita?
Ti riaprirò la bocca e avrai di nuovo la parola, ma se perseveri nel peccato negando ostinatamente, allora ti porterò via il bambino».
Per un momento fu concesso alla regina di rispondere, ma ella rimase impenitente e disse: «No, non ho aperto la porta proibita».
Allora la vergine Maria prese il neonato nelle braccia e sparì con lui. Il giorno seguente, quando non si trovò il bambino, tra la gente corse un mormorio.
Si diceva che la regina era una mangiatrice di uomini e che aveva ammazzato essa stessa il proprio figlio. Ella sentì tutto e non poteva smentire, ma il re non volle crederci poiché l'amava molto.
Un anno dopo la regina partorì un altro figlio.
Nella notte nuovamente la vergine Maria entrò nella sua camera e disse: «Vuoi riconoscere che hai aperto la porta proibita? Ti restituirò il primo figlio e ti scioglierò la lingua; ma se perseveri nel peccato e neghi, allora ti porterò via anche questo bambino».
La regina rispose ancora: «No, non ho aperto la porta proibita», e la vergine Maria le prese il bambino dalle braccia e se lo portò nel cielo.
Al mattino, poiché anche il secondo bambino era sparito, la gente disse ad alta voce che la regina se lo era divorato e i consiglieri del re proposero di tradurla dinanzi a un tribunale.
Ma il re l'amava tanto che non volle creder nulla e condannò i consiglieri parte a morte e parte a pene corporali perché non riparlassero più di questa mostruosità.
L'anno seguente la regina partorì una bellissima bambina; la vergine Maria apparve di notte per la terza volta e le disse: «Seguimi!», la prese per la mano e la condusse nel cielo e le mostrò i suoi due figli precedenti che sorridevano e giocavano a palla col globo terrestre.
La regina era felice di vedere i suoi figli e Maria disse: «Il tuo cuore si è intenerito? Se tu riconosci di aver aperto la porta proibita, io ti restituirò i due figliolini».
Ma la regina per la terza volta rispose: «No, non ho aperto la porta proibita».
Maria la sprofondò ancora sulla terra e le portò via anche la bambina.
Al mattino seguente, quando il fatto divenne noto, tutta la gente gridò ad alta voce: «La regina è una mangiatrice d'uomini, bisogna condannarla a morte».
Il re non poté più contraddire i suoi consiglieri. Fu costituito un tribunale e poiché la regina non poteva rispondere e difendersi, fu condannata a morire sul rogo.
La legna fu accatastata e la regina, legata fortemente a un palo, vi fu collocata sopra; quando il fuoco cominciò a bruciare tutt'intorno, si fuse il duro ghiaccio della superbia, il suo cuore fu smosso dal pentimento e pensò: «Potessi almeno prima della morte confessare che ho aperto la porta»; allora le ritornò la voce, ed ella gridò: «Sì Maria l'ho fatto!».
Subito dal cielo cominciò a piovere e le fiamme del rogo si spensero.
Apparve alla regina una luce e scese la vergine Maria che aveva i due figliolini ai lati e la bambina in braccio.
Le parlò amorevolmente: «A chi si confessa e si pente dei suoi peccati, i peccati gli sono rimessi».
Così dicendo le consegnò i tre bambini, le sciolse la lingua e le dette la felicità per tutta la vita

Fiabe

Il re dei ranocchi

Nei tempi antichi viveva un re le cui figlie erano tutte belle, ma la più giovane era così bella che lo stesso sole, che pure ha visto molte cose, si meravigliava ogni volta che i suoi raggi le sfioravano il volto.
Vicino al castello del re c'era una grande e oscura foresta e in mezzo alla foresta, sotto un vecchio tiglio, c'era una fontana; quando la giornata era troppo calda, la figlia del re andava nella foresta e si sedeva sull'orlo della fresca fontana e quando si annoiava prendeva una pallina d'oro, la lanciava in aria e la riprendeva; questa pallina era il suo balocco preferito.
Ora accadde una volta che la pallina d'oro non ricadde nella manina, che ella tendeva in aria, ma invece le cadde vicino, per terra, e rotolò nell'acqua.
La figlia del re la seguì con gli occhi ma la pallina sparì e la fontana era profonda, così profonda che non se ne vedeva il fondo. Ella cominciò a piangere e a singhiozzare sempre più forte e non poteva consolarsi.
Mentre così gemeva qualcuno le gridò: «Che cosa hai, figlia del re? Tu ti lamenti in modo che anche i sassi si devono commuovere».
Ella guardò di dove veniva la voce e vide un ranocchio, che aveva messo fuori dall'acqua il suo testone orribile. «Ah, sei tu, vecchio saltatore - rispose, - io piango per la mia pallina d'oro che mi è caduta nell'acqua».
«Stai tranquilla, non piangere - disse il ranocchio, - io rimedierò benissimo, ma cosa mi darai se ti ridò il tuo balocco?».
«Tutto ciò che vuoi, caro ranocchio - rispose la figlia del re, - i miei vestiti, le mie perle, le mie gemme, anche la corona d'oro che ho in capo».
Ma il ranocchio disse: «I tuoi vestiti, le tue perle, le tue gemme e la tua corona d'oro non le voglio, ma se tu m'amerai, e io diventerò il tuo compagno e amico nel gioco, e siederò vicino a te al tuo tavolino, e mangerò nel tuo piattino d'oro, e berrò dal tuo bicchierino, e dormirò nel tuo lettino; se tu mi prometterai tutto questo, andrò in fondo all'acqua e ti riporterò la pallina d'oro».
«Sì, sì - rispose lei, - ti prometto tutto ciò che vuoi se mi riporti la mia palla».
Ma pensava: «Che cosa chiacchiera questo ranocchio sciocco?
Egli sta nell'acqua coi suoi simili e gracida, e non può essere compagno degli uomini».
Il ranocchio, appena avuta la promessa, immerse la testa, si tuffò e dopo pochi minuti risalì a nuoto: aveva la pallina in bocca e la gettò nell'erba.
La figlia del re era piena di gioia, quando rivide il suo balocco, lo raccolse e andò via di corsa.
«Aspetta, aspetta - gridò il ranocchio, - portami con te, io non posso correre come te».
Ma non gli giovò a nulla gridarle dietro il suo quak quak quanto più forte poté!
Ella non sentiva, corse a casa e poco dopo aveva dimenticato il povero ranocchio che ritornò a tuffarsi nella fontana. Il giorno dopo, mentre la giovinetta col re e con tutti i cortigiani era seduta a tavola e mangiava nel suo piattino d'oro, si sentì qualcosa che, plic, plic, plic, plac, saltellava su per la scala di marmo; appena giunto su, bussò alla porta e gridò: «Figlia del re, la più giovane, aprimi!».
Ella corse a vedere chi c'era fuori, ma appena ebbe aperto, vide il ranocchio seduto dinanzi alla porta.
Chiuse la porta frettolosamente e si sedette di nuovo a tavola; ma era piena di angoscia. Il re si accorse facilmente che il suo cuore batteva forte e disse: «Figlia mia, che cosa temi; forse un gigante sta dietro la porta e vuole rapirti?».
«No - rispose lei, - non è un gigante, ma, ahimè, un brutto ranocchio».
«Che cosa vuole questo ranocchio da te?».
«Caro babbo, ieri ero nella foresta vicino alla fontana e giocavo; la mia pallina d'oro cadde nell'acqua. Poiché piangevo, il ranocchio me l'ha ripescata e poiché egli lo domandava, io gli promisi che egli sarebbe diventato il mio compagno, ma io non pensavo nemmeno che egli potesse uscire dall'acqua. Adesso è fuori e vuole raggiungermi».
In quel momento il ranocchio bussò per la seconda volta e gridò: «Figlia del re, la più giovane, aprimi, non sai che cosa ieri mi hai promesso presso l'acqua fresca della fontana? Figlia del re, la più giovane, aprimi».
Il re disse allora: «Ciò che hai promesso, devi mantenere, va' ad aprire».
Ella andò e aprì la porta; il ranocchio balzellò dentro, sempre vicino ai suoi piedi, fino alla sua sedia. Poi si accovacciò e gridò: «Sollevami fino a te».
Ella esitò, ma il re comandò di farlo.
Appena il ranocchio fu sulla sedia, volle essere sollevato fin sul tavolo, e quando vi si trovò, disse: «Spingimi più vicino il tuo piattino d'oro, perché mangiamo insieme».
Ella lo fece, ma si vedeva bene che non lo faceva volentieri.
Il ranocchio mangiò di gusto, mentre a lei ogni piccolo boccone andava di traverso.
Infine il ranocchio disse: «Ho mangiato a sazietà e sono stanco, perciò portami nella tua cameretta, e metti in buon ordine il tuo lettino di seta, perché ci metteremo a dormire».
La figlia del re si mise a piangere e sentiva ribrezzo per il ranocchio freddo, che non ardiva neanche toccare, e che doveva dormire nel suo bel lettino pulito. Ma il re montò in collera e disse: «Lui ti ha aiutato quando ne avevi bisogno, adesso non lo devi disprezzare».
Allora ella lo prese con due dita, lo sollevò e lo pose in un angolo della sua cameretta.
Ma appena si fu messa a letto, egli balzellò vicino e disse: «Sono stanco e voglio dormire bene come te; prendimi su o chiamo tuo padre».
Allora ella per la prima volta divenne cattiva, lo sollevò in alto e lo scagliò con tutte le forze contro la parete. «Così avrai pace, orribile ranocchio», disse.
Ma quando l'animale ricadde sul pavimento non era più un ranocchio, ma un figlio di re, con begli occhi amorevoli, che per volontà del padre divenne il caro compagno e marito della fanciulla.
Egli le raccontò di essere stato incantato da una cattiva strega e che nessuno aveva potuto liberarlo dall'incanto della fontana, solo lei aveva potuto farlo.
All'indomani sarebbero partiti insieme per il suo regno.
Quindi si addormentarono e il mattino dopo, appena spuntò il sole, arrivò una carrozza tirata da otto cavalli bianchi, che avevano la testa adorna di piume di struzzo ed erano legati con catene d'oro. Dentro la carrozza c'era il valletto del giovane re, il fedele Enrico.
Il fedele Enrico si era talmente addolorato quando il suo signore era stato trasformato in ranocchio, che aveva fatto saldare intorno al suo cuore tre strisce di ferro perché non scoppiasse per il dolore e la disperazione. La carrozza doveva trasportare il giovane re nel suo regno; il fedele Enrico fece salire dentro la coppia, si sedette anch'egli dentro ed era pieno di gioia per la liberazione.
Dopo che ebbero fatto un pezzo di strada, il figlio del re sentì un crac dietro di sé, come se qualcosa si fosse rotto. Si voltò e disse: «Enrico, la carrozza si spezza».
«No, signore, non è la carrozza, è una fascia del mio cuore che era in gran dolore perché voi eravate nella fontana, perché voi restavate un ranocchio».
Ancora una volta e un'altra ancora si sentì un crac e sempre il figlio del re pensava che la carrozza si spezzasse.
Ma si trattava solo delle strisce di ferro che saltavano dal cuore del fedele Enrico, che era felice perché il suo signore era finalmente libero dall'incantesimo.

Fiabe

I dodici fratelli

Una volta c'erano un re e una regina, che vivevano in pace l'uno con l'altro e avevano dodici figli, che però erano tutti maschi.
Or dunque il re disse alla regina: «Se il tredicesimo figlio che tu metterai al mondo sarà una bambina, uccideremo i dodici maschi affinché la ricchezza della bambina sia grande e il regno spetti a lei sola». Fece preparare dodici bare, che furono riempite di trucioli e in ciascuna pose un piccolo cuscino da morto e le fece portare in una camera ben chiusa, poi diede le chiavi alla regina e le ordinò di non parlare a nessuno della cosa.
La madre intanto sedeva tutto il giorno in grande malinconia, così che il più piccolo dei figli, che le stava sempre vicino e a cui ella aveva dato il nome biblico di Beniamino, le disse: «Cara mamma, perché sei così triste?».
«Carissimo figlio - ella rispose, - non te lo posso dire». Ma egli non la lasciò in pace, finché ella andò ad aprire la camera e gli mostrò le dodici bare piene di trucioli.
Quindi disse: «Mio carissimo Beniamino, tuo padre le ha fatte preparare per te e per i tuoi fratelli: se io metterò al mondo una bambina, egli vi ammazzerà tutti insieme e sarete seppelliti in queste bare».
Poiché ella piangeva mentre parlava, il figlio la consolò e le disse: «Non piangere, cara mamma; noi troveremo un rimedio e fuggiremo».

Fiabe

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I tre omini della foresta

C'era un uomo, al quale morì la moglie, e una donna, alla quale morì il marito. L'uomo aveva una figlia, e anche la donna aveva una figlia.
Le due fanciulle si conoscevano e andavano insieme a fare delle passeggiate e poi si recavano in casa della donna. Questa disse una volta alla figlia dell'uomo: «Senti, di' a tuo padre che io lo sposerei volentieri; così tu potrai ogni giorno fare il bagno nel latte e bere del vino, mentre mia figlia si bagnerà nell'acqua e berrà acqua».
La fanciulla rincasò e raccontò al padre ciò che la donna aveva detto.
L'uomo disse: «Che devo fare? Sposarsi è una gioia, ma è anche un tormento».
Infine, non sapendo decidersi, si tolse una scarpa e disse: «Prendi questa scarpa, che ha la suola bucata, portala nel solaio, appendila a un grosso chiodo e versaci dentro dell'acqua. Se tiene l'acqua, riprenderò moglie, se la lascia sfuggire, non lo farò».
La fanciulla fece come il padre le aveva detto; ma l'acqua restrinse il buco, e lo stivale si riempì fino all'orlo. Ella annunciò al padre ciò che era successo.
Egli andò a vedere e quando vide che era così, si recò dalla vedova, la chiese in matrimonio e le nozze furono fatte.
Il giorno dopo, quando le due ragazze si furono levate, dinanzi alla figlia dell'uomo c'era latte per lavarsi e vino per bere, dinanzi alla figlia della donna, invece, acqua per lavarsi e acqua per bere.
Il secondo giorno c'era acqua per lavarsi e acqua per bere tanto per la figlia dell'uomo che per quella della donna.
E il terzo giorno c'era acqua per lavarsi e acqua per bere per la figlia dell'uomo, e latte per lavarsi e vino per bere per la figlia della donna; e così continuò nei giorni seguenti.
La donna odiava a morte la figliastra e non sapeva ogni giorno quale dispetto più cattivo farle.
Era anche invidiosa, perché la figliastra era bella e amabile, mentre la sua vera figlia era brutta e sgradevole.
Un giorno d'inverno, mentre tutto era duro come la pietra per il gelo e il monte e la valle erano coperti di neve, la donna fece un vestito di carta, chiamò la fanciulla e le ordinò: «Indossa quest'abito, va' nella foresta e portami un cestino di fragole; mi è venuta la voglia di mangiare le fragole».
«Per carità - rispose la fanciulla, - le fragole non ci sono d'inverno, la terra è gelata, e la neve inoltre ha ricoperto tutto. E perché poi devo andare vestita di carta? Fuori fa così freddo, che anche il respiro gela; il vento vi soffierà dentro e le spine me lo strapperanno dal corpo».
«Vuoi dunque contraddirmi? - disse la matrigna. - Va' subito senza perdere tempo e non lasciarti rivedere prima di avere riempito il cestino di fragole».
Le diede poi un tozzo di pane secco e disse: «Questo ti basterà per tutto il giorno».
E pensò: «Fuori gelerà, morirà di fame e non mi verrà più dinanzi agli occhi».
La fanciulla era obbediente: indossò l'abito di carta e uscì col cestino. In lungo e in largo non c'era altro che neve, e non si vedeva neanche un ramoscello verde.
Appena entrò nella foresta vide una casettina dalla cui finestra guardavano tre omini. Ella augurò loro buon giorno e bussò alla porta con discrezione.
Essi le gridarono: «Avanti», ed ella entrò e si sedette su un banchetto vicino alla stufa, perché voleva riscaldarsi e mangiare la sua colazione.
Gli omini la pregarono: «Da' un pezzettino di pane anche a noi». «Volentieri», rispose; tagliò il tozzerello in due e ne diede loro la metà.
Essi le domandarono: «Cosa vieni a fare nella foresta, con questo tempo invernale in questo tuo abito così leggero?».
«Ahimè! - rispose, - devo cercare fragole, e non devo ritornare a casa se non porto questo cestino pieno».
Quando ebbe mangiato il suo pane, le dettero una scopa e dissero: «Spazza via la neve dinanzi alla porta».
Mentre ella era fuori i tre omini dissero tra loro: «Cosa dobbiamo regalarle, poiché è così gentile e buona e ha diviso con noi il suo pane?».
Il primo disse: «Io le regalo che ogni giorno diventi più bella».
Disse il secondo: «Io le regalo che le cadano dalla bocca delle monete d'oro ogni volta che dice una parola».
Il terzo disse: «Io le regalo che un re venga e se la prenda in moglie».
Intanto la fanciulla aveva fatto ciò che i tre omini le avevano detto, con la scopa aveva spazzato via la neve dinanzi alla casettina, e cosa credete che trovasse?
Delle vere fragole mature, che erano spuntate rosso cupe dalla neve. Piena di gioia le colse e ne riempì il cestino, ringraziò i tre omini, strinse loro la mano, corse a casa per portare alla matrigna le fragole.
Entrò e appena disse: «Buona sera», le cadde dalla bocca una moneta d'oro.
Raccontò poi chi aveva incontrato nella foresta e intanto ad ogni parola che diceva le cadevano dalla bocca le monete d'oro, così che presto il pavimento ne fu ricoperto.
«Vedi un po' che superbia - gridò la sorellastra - buttare via così l'oro», ma nel suo intimo era invidiosa, e volle anch'essa andare nella foresta a cercare fragole.
La madre disse: «No, mia cara figliolina, fa troppo freddo, tu potresti gelare». Ma poiché non le dava pace, cedette: le cucì e le fece indossare un magnifico abito di pelliccia e le dette del pane imburrato e delle focaccine da mangiare lungo la strada.
La fanciulla andò nella foresta e si diresse subito verso la casettina. I tre omini di nuovo guardavano fuori, ma non li salutò neppure e, senza guardarli e senza salutarli, entrò sgarbatamente nella stanza, si sedette vicino alla stufa e cominciò a mangiare il suo pane imburrato e le focaccine.
«Danne anche a noi», gridarono gli omini. Ma ella rispose: «Non basta neanche per me, come potrei ancora darne agli altri?».
Quando ebbe finito di mangiare, le dissero: «Ecco una scopa, fa' pulizia per noi dinanzi alla porta».
«Spazzate voi stessi - rispose, - io non sono la vostra serva».
Quando poi vide che non le volevano regalare nulla, andò via.
I tre omini dissero tra loro: «Cosa dobbiamo regalarle? È così sgarbata e ha un cuore cattivo e invidioso, che non si rallegra del bene altrui».
Il primo disse: «Che ogni giorno diventi più brutta».
Il secondo disse: «Che per ogni parola che dice, le salti un rospo dalla bocca».
Il terzo disse: «Che muoia di morte orribile».
La fanciulla cercò fuori le fragole, ma non ne trovò, e indispettita tornò a casa. Appena aprì la bocca e volle raccontare a sua madre ciò che le era successo nella foresta, a ogni parola le saltò dalla bocca un rospo, così che tutti avevano ribrezzo di starle vicino.
La matrigna si irritò ancora di più e quindi pensava solamente come potesse procurare tutti i guai possibili alla figlia dell'uomo, la cui bellezza cresceva ogni giorno.
Finalmente prese un paiolo, lo mise sul fuoco e vi fece bollire una rete. Quando fu bollita, l'appese alle spalle della povera fanciulla, le diede anche una scure con la quale doveva andare sul fiume gelato, fare un buco nel ghiaccio, e farci scivolare la rete.
Ella obbedì, andò e a colpi di scure aprì un buco nell'acqua e mentre batteva con la scure arrivò una magnifica carrozza, in cui sedeva il re. La carrozza si fermò e il re disse: «Figlia mia, chi sei e cosa stai facendo?».
«Sono una povera fanciulla e devo far raffreddare questa rete». Il re ne ebbe pietà e come vide quanto essa fosse bella, le disse: «Vuoi venire in carrozza con me?».
«Oh, sì, volentieri», rispose, poiché faceva molto freddo, e perché così si sarebbe allontanata dagli occhi della matrigna e della sorellastra.
Salì nella carrozza e se ne andò col re, e appena giunta al castello, furono celebrate le nozze con grande splendore, così come l'omino aveva augurato alla fanciulla. Dopo un anno la regina mise al mondo un figlio, e quando la matrigna ebbe notizia della sua grande felicità, andò con sua figlia al castello e si presentò come per farle visita.
Ma quando il re si allontanò e rimasero sole, la malvagia femmina prese la regina per la testa, sua figlia la prese per i piedi, la sollevarono dal letto e la gettarono dalla finestra nel fiume che scorreva presso il castello. Quindi la vecchia cacciò nel letto la sua orribile figlia e la coprì fino ai capelli.
Quando il re ritornò e volle parlare con sua moglie, la vecchia gridò: «Zitto, zitto, non bisogna parlarle, ella è in un bagno di sudore, per oggi dovete lasciarla tranquilla».
Il re non vide niente di male in tutto ciò e il giorno dopo di primo mattino ritornò per parlare alla moglie, ma quando questa rispose, ad ogni parola saltava dalla sua bocca un rospo, mentre prima uscivano monete d'oro.
Egli domandò cosa fosse avvenuto, e la vecchia disse che ciò avveniva per la grande sudata, ma che tutto sarebbe passato più tardi.
Nella notte lo sguattero vide un'anitra che veniva a nuoto nello sciacquatoio dicendo: «O re che cosa fai? Dormi o sei desto?».
E poiché nessuno rispondeva, disse: «Che fanno i miei ospiti?». Lo sguattero rispose: «Essi dormono sodo». Domandò di nuovo: «Che fa il mio figliolino?».
Egli rispose: «Dorme nella bella culla». Allora l'anitra riprese l'aspetto della regina, dette il latte al bambino, dondolò la culla, lo coprì poi riprese l'aspetto di anitra e nuotò via dallo sciacquatoio.
Lo stesso successe la seconda notte. La terza notte ella disse allo sguattero: «Vai dal re e digli che prenda la sua spada e che mi colpisca tre volte sul capo».
Lo sguattero corse a dirlo al re; questi venne con la spada, tre volte colpì il fantasma e al terzo colpo ecco che gli stava dinanzi la moglie fresca, viva e sana come era stata prima.
Il re era pieno di gioia, ma tenne la regina nascosta in una camera fino alla domenica quando sarebbe stato battezzato il figlio.
Appena il battesimo fu celebrato, disse alla vecchia: «Che cosa si merita un uomo che prende uno dal letto e lo butta nell'acqua?».
«Niente di meglio - rispose la vecchia, - che questo: il malvagio sia messo in una botte tutta irta di chiodi che sia buttata nell'acqua dall'alto della montagna».
Disse il re: «Tu hai pronunziato la tua sentenza». Fece portare una botte e vi fece mettere dentro la vecchia con la figlia; il terreno fu ben spianato e la botte lanciata per la china, finché rotolò nell'acqua.

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