La strada maestra per moralizzare la vita pubblica

Intervento al Comitato Centrale del Pci, giugno 1974

Il popolo italiano esige oggi che si dica la verità; è pron­to ad appoggiare, come ha fatto per il divorzio, riforme di libertà, di democrazia, di progresso civile.

Questa è la strada maestra per moralizzare la vita pub­blica.

È urgente dare inizio a una fase in cui si metta fine ai finanziamenti occulti, agli intrallazzi, alle ruberie, al sistematico sacrificio degli interessi pubblici più sacrosanti (la sa­lute, la difesa del paesaggio e del patrimonio artistico, l’ordi­nato sviluppo urbanistico, l’onesto rispetto della legge e del­l’equità) agli interessi privati, di parte, di corrente, di gruppi e uomini nella lotta per il potere.

In questo campo, ciò che innanzi tutto conta, al di là della cortina fumogena di tutte le ipocrite prediche moraleggianti sulla «classe politica», sono i fatti, le decisioni politi­che e parlamentari.

Noi siamo stati favorevoli al finanziamento pubblico dei partiti. Ma esso deve rappresentare l’inizio di una effettiva moralizzazione, di una effettiva condizione di indipendenza, per tutte le forze politiche, da centri di potere finanziari occulti.

Ma come si può, allora, accettare una decisione scanda­losa, come quella assunta dalla maggioranza di centro-sinistra, più i liberali e i fascisti – nella commissione parlamen­tare inquirente – di avocare, e cioè di insabbiare, l’inchiesta della magistratura ordinaria sui fondi della Montedison?
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Le cause della crisi morale

da un Discorso in Parlamentofebbraio 1976

Io non voglio tornare a insistere sulle cause politiche della crisi morale. Mi preme dire che tale crisi ci riconduce certo al problema politico di fondo; che la verità è che i ma­lanni e i guasti più rilevanti – quelli del sottogoverno, del clientelismo, delle spartizioni del potere, delle confusioni tra pubblico e privato, delle commistioni tra potere politico e potere economico, dell’inceppamento dei meccanismi del controllo democratico, dell’abitudine all’impunità – sono stati il portato di una organizzazione del potere fondata per lungo tempo sulla discriminazione anticomunista, sul mono­polio e il predominio della Democrazia cristiana, sulla di­chiarata impossibilità di una qualche alternativa a quel tipo di regime, sia nel periodo centrista sia in quello del centro­sinistra.

Che da questo tipo di direzione politica e dal tipo di sviluppo economico siano derivati i processi degenerativi che hanno finito col coinvolgere la stessa Democrazia cri­stiana, non mi par dubbio.

Tuttavia, non si tratta di pro­nunciare sommarie condanne moralistiche. E certo però che siamo di fronte a un decadimento, a una perdita di autorità politica e morale dei gruppi dirigenti; e siamo di fronte al rischio che in qualche misura sia offuscato quel cardine della democrazia costituito dal sistema dei partiti, e quella con­quista della Resistenza che fu la costruzione dei grandi par­titi democratici di massa.

Per questo, l’esigenza della moralizzazione della nostra vita pubblica e di un recupero di valori, appare oggi così forte e ripropone quella svolta politica, quel ricambio e rinno­vamento della classe dirigente per cui è essenziale il Partito comunista.


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Per una politica severa e di risanamento finanziario

dalla Relazione al XVI Congresso del Pcimarzo 1983

[...] E qui veniamo al risanamento dello Stato e a una rifor­ma del funzionamento delle istituzioni pubbliche che sono esigenze ormai indifferibili.

Siamo stati noi ad avanzare le proposte più decisamente innovative come quelle del superamento del bicameralismo, dell’efficienza e dei poteri dell’Esecutivo, della composizio­ne e della stessa formazione dei governi, di uno sviluppo ra­zionale del decentramento, dei criteri per le nomine negli enti pubblici in modo da dare spazio alle competenze e por­re fine alle lottizzazioni.

Affrontare la questione morale è una condizione ineli­minabile per poter proporre e fare accettare una politica severa e di risanamento finanziario.

Ciò implica, innanzitutto, correttezza e onestà dal verti­ce alla base di tutta la vita pubblica. Ha detto Norberto Bobbio che la prima riforma istituzionale consiste nel non rubare.

Ma la questione morale si è aperta in Italia perché gli interessi di partito sono divenuti così predominanti da coz­zare contro gli interessi generali del paese. Questo è lo stato di cose da cambiare per evitare una rivolta (che sta maturan­do) contro tutti i partiti, che ne colpirebbe la funzione es­senziale e legittima, e che porterebbe perciò a pericoli per il nostro regime democratico.

La conseguenza che si impone è, dunque, quella di in­trodurre dei correttivi in questo sistema imperante da trent’anni e oltre. [...]
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Il Potere Mafioso e l’indipendenza della magistratura

Discorso alla Cameraagosto 1983

La questione più grave è oggi quella della mafia e della camorra. Nel potere mafioso sembra essersi costituita una vera e propria struttura centrale di comando, che è crimina­le, finanziaria, ma anche politica.

Per debellarla, occorre che il Governo decida presto di concentrare uno sforzo straordi­nario e duraturo di uomini e di mezzi nelle zone più colpite. Nei riferimenti contenuti nel programma su questo tema non c’è stato il minimo accenno al problema centrale che po­ne la crescita del potere mafioso, della sua ferocia, della sua impunità: il problema cioè delle sue radici e dei suoi legami con istituzioni, partiti e settori della pubblica amministra­zione.

Le misure tecniche e organizzative, pure indispensa­bili, per rendere più efficace l’opera della magistratura, dei carabinieri, della polizia, della guardia di finanza, non rag­giungeranno risultati sostanziali se i partiti e il governo stes­so non si impegneranno a fondo a recidere quei legami, a estirpare quelle radici.

Contro la mafia e contro la camorra, come contro il terrorismo, occorre suscitare una grande e nazionale mobilitazione di massa, rinsaldare il rapporto tra po­polo e istituzioni, per dare fiducia e sostegno agli uomini che proprio in questo momento si stanno battendo con tena­cia e coraggio nonostante la grave carenza di mezzi, e perché soprattutto non sia reso vano il sacrificio di coloro che han­no perso la vita in questa lotta: da Mattarella a Dalla Chie­sa, a Rocco Chinnici, al nostro compagno Pio La Torre, a tanti e tanti altri. [...]Oscura e preoccupante è l’affermazione che propone una visione unitaria dell’ufficio del pubblico ministero. Che cosa significa? Sorge il sospetto che si pensi a una struttura piramidale, che faccia capo al procuratore generale presso la Corte di cassazione, come accade ad esempio in Bulgaria. Andare su questa strada significherebbe puntare al controllo politico del pubblico ministero.


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