odio gli indifferenti

• La scissione e la fondazione del PCI

1921 Il 15 gennaio si aprono a Livorno i lavori del XVII Congresso del Psi. Il Congresso si sarebbe dovuto tenere a Firenze, ma i rapporti di forza fra il proletariato e la reazione borghese erano ormai tali da costringere a spostarlo a Livorno perché Firenze era in mano ai fascisti. Per una settimana si susseguono gli interventi al Teatro Goldoni, al centro del dibattito sono le condizioni che l'Internazionale Comunista pone ai partiti per l'adesione, ventuno punti senza equivoci e senza possibilità di compromessi fra rivoluzionari e riformisti.
Il Psi dovrà decidere, l'ala comunista non può convivere con l'ala turatiana, si tratta di sapere se i massimalisti sceglieranno di restare con l'Internazionale, o se si scinderanno da essa in nome dell'unità coi riformisti.
Per l'occasione i massimalisti di Serrati si sono presentati come “comunisti unitari” e, proclamando una posizione centrista e speculando sui sentimenti unitari della base, otterranno 98.000 voti.
Di fronte alla mozione comunista, che chiede l'espulsione immediata di tutti i riformisti e l'adeguamento organizzativo e di linea del Partito socialista ai canoni del bolscevismo, i massimalisti rivelano apertamente cosa intendono per unità: dovendo scegliere fra i 14.000 riformisti e i 58.000 comunisti, scelgono l'unione con la minoranza socialdemocratica, invece che con la maggioranza organizzata nelle file della III Internazionale.
I massimalisti portano così alle estreme conseguenze il loro opportunismo e, come già fecero nelle lotte, si accodano ai riformisti, provocando nuova confusione e nuovo sbandamento nelle file proletarie, anche perché nella mozione finale di quel congresso, ribadiscono l'adesione alla III Internazionale "accettandone senza riserve i principi ed il metodo" e sottoponendosi alla sua disciplina:al colmo dell'assurdo tale mozione sarà votata all'unanimità, massimalisti e riformisti insieme.
Il 21 gennaio la frazione comunista, subito dopo le votazioni delle tre mozioni, abbandona il Teatro Goldoní e, riunita al Teatro San Marco, fonda il Partito Comunista d'Italia (sezione della III Internazionale Comunista).
Il contributo di Gramsci al Congresso è testimoniato da Pia Carena: "Alla vigilia del XVII Congresso fu con Antonio Gramsci che l'inviato della III Internazionale, Christo Kabacief, elaborò e stese il proprio discorso".
Gli attacchi a Gramsci, sebbene egli non intervenne direttamente, giunsero da ogni parte, falsificando i fatti come quando gli si attribuivano posizioni filo-mussoliniane nel 1916, sulla base dell'articolo di cui si è detto, calunniandolo apertamente e spudoratamente e rivelando così quale ruolo egli avesse svolto nel fustigare e nello smascherare gli opportunisti di ogni risma.
La sua posizione intransigente e lineare, la sua totale aderenza alla linea dell'Internazionale Comunista, ne facevano una scomoda figura non solo per i massimalisti ma per gli stessi astensionisti, che avevano dovuto rivedere le loro posizioni per approdare all'accettazione dei 21 punti. Questa posizione di Gramsci peserà anche al momento della fondazione del Pcd'I, quando sarà escluso dall'Ufficio Politico e troverà oppositori persino alla sua elezione nel Comitato centrale.
Pochi mesi dopo la fondazione del Partito, Gramsci ribadiva come "La scissione di Livorno avrebbe dovuto avvenire almeno un anno prima, perché i comunisti avessero avuto il tempo di dare alla classe operaia l'organizzazione propria dei periodo rivoluzionario nel quale vive".
Il Partito nasceva in una situazione ben diversa da quella degli anni precedenti, come sottolineava l'appello al proletariato italiano dell'Esecutivo dell'Internazionale dopo il Congresso di Livorno: "Le giornate di dicembre 1919, del marzo e del giugno 1920, e l'attacco impetuoso del settembre, nel quale le posizioni dell'avversario furono conquistate e solidamente mantenute, di tutto questo noi ci ricordiamo oggi, ma disgraziatamente la nostra forza, così possente allora, è colpita e battuta dalla reazione nemica".
Il Pcd'l nasceva in una situazione che così Gramsci descrive: "Dovemmo organizzarci in partito nel fuoco della guerra civile, cementando le nostre sezioni col sangue dei più devoti militanti; dovemmo trasformare, nell'atto stesso della loro costituzione, del loro arruolamento, i nostri gruppi in distaccamenti per la guerriglia, della più atroce e difficile guerriglia che mai classe operaia abbia dovuto combattere".
L'unità antiriformista e l'adesione incondizionata al Partito mondiale furono la base in cui si costituì il Partito.
Le posizioni opportuniste di continua oscillazione dei massimalisti costringevano i militanti a caratterizzarsi decisamente, dando forza alle posizioni settarie degli astensionisti, permettendo loro di prendere il sopravvento nel Partito.
I compiti organizzativi che si presentavano con urgenza permettevano agli astensionisti, già organizzati in frazione nazionale, di porsi come gruppo dirigente del Partito Comunista appena costituito.
Questa realtà è presente a Gramsci ed egli valuta come assolutamente prioritario il rafforzamento organizzativo del Partito, alla cui realizzazione sacrifica anche i problemi di linea e di orientamento, operando conseguentemente a quelle valutazioni che egli faceva già nelle lotte del 1919-'20, quando poneva la formazione del Partito come prioritaria e inderogabile.
Su questa linea si muoverà per tutto il primo anno di vita del partito, respingendo proposte e tentativi, a volte anche equivoci, che distogliessero il Partito da questo compito fondamentale, come quella del Chiarini, allora in Italia come delegato dell'Internazionale, e che così Gramsci ricorderà:
"Mi invitò a entrare nell'Esecutivo per controbilanciare l'influenza di Amadeo (Bordiga) e per prenderne il posto. Risposi che non volevo prestarmi a intrighi di tal natura, che se si voleva una diversa direzione si ponesse la questione politica.
Chiarini, che non aveva mai preso atteggiamento, a Roma faceva il bordighiano, mentre a Mosca inviava rapporti contro il Partito".
Nel dicembre l'Esecutivo dell'Internazionale formula le tesi sul “Fronte unico operaio”, ponendo a chiare lettere la necessità di rompere ogni forma di settarismo e di porsi su un terreno politico che permettesse ai partiti di conquistare la maggioranza del proletariato, stabilendo iniziative e avanzando proposte che facilitino l'unità con gli operai legati ai riformisti ed agli anarchici.
La tattica proposta dall'Internazionale provoca immediate diffidenze e resistenze nel gruppo dirigente del Pcd'I, tutto conquistato alle posizioni bordighiane, da Togliatti a Terracini, mentre Tasca cerca di utilizzare quel documento per sviluppare la sua linea di estrema destra, tentando di presentarsi come un fedele alle direttive internazionali.
Gramsci prende le distanze dagli uni e dagli altri, ma non ritiene giunto il momento per ingaggiare un'aperta battaglia.

1922
Riceve i primi incarichi dall'Internazionale e si reca a Lugano e Berlino in gennaio e febbraio.
Nel partito si discutono le tesi per il II Congresso del Pcd’I, formulate da Bordiga e in aperta contraddizione con la direttiva sul fronte unico operaio.
Gramsci non condivide le posizioni bordighiane, ritiene anzi che la maggioranza del Partito sia con l'Internazionale e che la direzione italiana sia già una minoranza, ma è preoccupato dello stadio organizzativo del Partito e ritiene indispensabile il contributo dell'ex corrente astensionista.
Scriverà nel 1924: "Amadeo (Bordiga), trovatosi alla dirigenza del Partito, ha voluto che la sua concezione predominasse e diventasse quella del partito...
In verità non abbiamo mai, in senso assoluto, lasciato che questa situazione si consolidasse.
Io almeno, prima del Congresso di Roma, nel discorso fatto all'Assemblea di Torino, avevo detto abbastanza chiaramente che accettavo la tesi sulla tattica solo per una ragione contingente di organizzazione del partito, ma mi dichiaravo favorevole al fronte unico fino alla sua conclusione normale del governo operaio.
Del resto tutto il complesso delle tesi non era stato mai discusso a fondo dal partito e, al Congresso di Roma, la questione fu abbastanza chiara".
La tattica seguita da Gramsci viene da lui stesso resa esplicita per "impedire alla minoranza di conquistare di sorpresa il partito, ma non dare al voto un significato che andasse al di là della questione organizzativa".
Nel marzo si tiene a Roma il II Congresso del Pcd'I, Gramsci è relatore, con Tasca, sulla questione sindacale. Le tesi generali sulla tattica rimangono quelle formulate da Bordiga e la contraddizione con l'Internazionale si rinvia nel tempo attraverso "un compromesso per il quale le tesi erano presentate solo a titolo consultivo e sarebbero state mutate dopo il Quarto Congresso (dell'Internazionale)".
Scriverà Gramsci: "A Roma abbiamo accettato le tesi di Amadeo perché esse erano presentate come una opinione per il Quarto Congresso e non come un indirizzo di azione. Ritenevano di mantenere così unito il partito attorno al suo nucleo fondamentale, pensavamo che si potesse fare ad Amadeo questa concessione, dato l'ufficio grandissimo che egli aveva avuto nell'organizzazione del partito: non ci pentiamo di ciò; politicamente sarebbe stato impossibile dirigere il partito senza l'attiva partecipazione al lavoro centrale di Amedeo e del suo gruppo".
Altro elemento che contrappone Gramsci a Bordiga è la valutazione della situazione italiana.
Per la prima volta nella storia la reazione borghese si organizza nella forma fascista.
Scriverà Gramsci: "Quando il fascismo sorse e si sviluppò in Italia come bisognarva considerarlo?
Era esso soltanto un organo di combattimento della borghesia, oppure era anche un movimento sociale?
La estrema sinistra, che allora dirigeva il partito, non lo considerò che sotto il primo aspetto, e questo errore ebbe come conseguenza che non si riuscì ad arginare l'avanzata del fascismo come forse sarebbe stato possibile fare.
Nessuna azione politica venne compiuta per impedire l'avvento al potere del fascismo.
"La Centrale di allora commise l'errore di pensare che la situazione del 1921-22 potesse protrarsi e consolidarsi, e che non fosse né necessario né possibile l'avvento al potere di una dittatura militare".
E scriverà ancora:
"Nel 1921-22, il partito aveva questa concezione ufficiale: che fosse impossibile l'avvento di una dittatura fascista militare; a gran stento io riuscii a far togliere dalle tesi che questa concezione avesse a diventare scritta, facendo modificare fondamentalmente le tesi 51 e 52 sulla tattica".
Gramsci non si accontenta di modificare la formulazione delle tesi ma, in tutto questo periodo, i suoi articoli saranno diretti ad analizzare l'uso che il capitalismo fa della piccola borghesia, come forza d'assalto attraverso il partito fascista, come elemento disorganizzatore del proletariato attraverso i riformisti.
Sottrarre alla reazione le forze sociali che essa è riuscita ad incapsulare è la linea che segue Gramsci, anche tentando di prendere collegamenti con D'Annunzio quando questi è in rottura con Mussolini, come fece nella primavera del 1920; attaccando i capi riformisti e massimalisti, ma tentando di proporre azioni in comune con la base, come fece con gli "Arditi del Popolo" e con la politica di fronte unico nelle lotte sindacali;
dedicando un attenzione particolare alle lotte contadine del Meridione e delle isole e collegandosi con Emilio Lussu che ne rappresentava le spinte più avanzate.
Il Congresso di Roma nomina Gramsci rappresentante del Partito a Mosca.
Parte per la Russia nel maggio e a giugno partecipa alla conferenza dell'Esecutivo allargato dell'Internazionale Comunista. Entra a far parte dell'Esecutivo dell'Internazionale ma, dopo la conferenza, viene ricoverato nella casa di cura di Sebriani Bor.
Nel settembre, in clinica, conosce Giulia Schucht che diventerà sua moglie.
Figlia di un combattente antizarista, prima deportato poi costretto ad emigrare, Giulia era nata e aveva vissuto la sua fanciullezza nell'emigrazione, anche in Italia, dove aveva frequentato le scuole e imparato la nostra lingua.
I comunisti italiani conosceranno Giulia attraverso le lettere che il rivoluzionario le scriveva dal carcere.
In Italia, ai primi di ottobre, si era tenuto il XIX Congresso del Psi che aveva deliberato l'espulsione dei riformisti da quel partito;
Serrati cominciò a rendersi conto del grave errore commesso a Livorno, dove la sua posizione non aveva permesso la scissione a destra caldeggiata dall'Internazionale, errore che aveva provocato un inasprimento dei rapporti fra i massimalisti e comunisti, dando spazio al formarsi di una nuova ala anticomunista capeggiata da un giovane entrato di recente nel Psi, Pietro Nenni.
Quel mese si chiuse con la "marcia su Roma" e la formazione del primo governo Mussolini.
La realtà confermava l'analisi e le previsioni di Gramsci, ma per Bordiga, come per Terracini e Togliatti, si era trattato di un semplice cambiamento ministeriale.
Nel novembre-dicembre si svolge il IV Congresso dell'Internazionale Comunista.
Gramsci era appena uscito dalla casa di cura dopo circa sei mesi di permanenza: "che mi avevano giovato poco, che avevano solo impedito un aggravamento del male e una paralisi delle gambe che mi avrebbe potuto tenere immobilizzato a letto per qualche anno.
Dal punto di vista generale persisteva l'esaurimento e l'impossibilità al lavoro per le amnesie e le insonnie".
È in discussione la politica di fronte unico come linea tesa ad arginare la reazione che dilaga in tutta Europa e, all'interno di questa tattica, si pone all'ordine del giorno, fra le questioni che riguardano vari paesi, anche la "questione italiana", il problema della fusione fra i socialisti epurati dai riformisti e il Pcd’I.
L’opposizione alle tesi del Comintern da parte del gruppo bordighiano si traducono in aperto scontro; Bordiga interviene per primo nell'assemblea internazionale polemizzando con la relazione e sostenendo la tattica che aveva portato il partito al totale isolamento e che, se sviluppata, avrebbe significato il totale suicidio.
Il dissenso diviene più acuto ed evidente quando si passa all'attuazione pratica della tattica proposta dal Congresso, quando si tenta di tradurre in misure concrete la fusione fra il Pcd'l e il restante nucleo del Psi che ha aderito all'Internazionale.
Nella commissione, composta per stabilire linee e tempi di attuazione della fusione, la maggioranza mantiene una posizione di intransigente rifiuto, correndo il rischio di cedere la direzione del Partito al gruppo di destra che si è raccolto attorno a Tasca e Graziadei, i quali, pur mascherandosi da assertori della linea del Comintern, rappresentano in effetti il tentativo di portare il Partito sulle posizioni dei massimalisti.
Gramsci è contrario alle posizioni di Bordiga, conoscendone le caratteristiche dubita che si possa convincerlo e tanto meno farlo lavorare per una linea politica che non condivide; nel contempo valuta chiaramente quali posizioni siano realmente quelle della destra, non si fa illusioni su Tasca, che conosce molto bene per gli scontri avuti nel passato; e su Grazidei scriverà "era dei più destri opportunisti... era un liquidatore dei Partito... In politica egli se la cavò affermando sofisticamente di essere stato “storicista” (se domina il boia, bisogna fargli da tirapiedi - ecco lo storicismo di Graziadei), o “tempista”, cioè di non aver mai avuto principi".
Per il resto della delegazione il giudizio di Gramsci sarà: "Mi accorsi come la maggioranza della delegazione (la sinistra) non aveva alcuna direttiva propria.
Bastava, con ognuno, accennare anche vagamente alla situazione, perché si sbottonasse e manifestasse di essere potenzialmente un minoritario (di destra).
Era una cosa pietosa e politicamente disgustosa".
Valutava nel contempo che il Partito sarebbe diventato l'obiettivo prioritario della repressione che il fascismo si apprestava a scatenare e che quindi un indebolimento della sua direzione, senza aver costruito alternative, avrebbe causato uno sbandamento generale di tutta l'organizzazione.
Alla proposta che gli vien fatta, di sostituire Bordiga nella direzione del Partito, Gramsci risponde
"... dissi di aver fatto il possibile per aiutare l'Esecutivo dell'Internazionale a risolvere la questione italiana, ma non credevo che si potesse in nessun modo (tanto meno con la mia persona) sostituire Amadeo senza un preventivo lavoro di orientamento del Partito".
Gramsci svolgerà infatti un importante ruolo nell'evitare che, già a quel IV Congresso, la delegazione italiana giunga ad un'aperta rottura con l'Internazionale, sebbene cosciente di aver ottenuto soltanto il rinvio della soluzione dei più importanti problemi.
L'atto di disciplina con cui Bordiga accetta le decisioni del IV Congresso, costituisce solo una soluzione formale, egli infatti rifiuta di far parte della commissione che dovrà seguire il processo di unificazione col Psi e il suo posto verrà preso da Gramsci.

1923
In febbraio la repressione colpisce il Partito, arrestando gran parte dell'Esecutivo, anche contro Gramsci viene spiccato il mandato di cattura. Nei mesi seguenti l'attacco ai comunisti si fa feroce, quasi tutto il Comitato Centrale, 72 segretari provinciali del Partito e 41 dell’organizzazione giovanile sono arrestati, mentre migliaia di comunisti, o sospettati tali, sono denunciati e incriminati per associazione a delinquere e incitamento all'insurrezione contro i poteri dello Stato.
A Mosca le notizie giungono frammentarie, invano Gramsci e l'Internazionale tentano "di avere delle informazioni che stabilissero con esattezza come i fatti si erano svolti, quali limiti avesse avuto l'azione della polizia nel distruggere l'organizzazione, quali serie di provvedimenti avesse preso l'Esecutivo rimasto in libertà per riprendere il legame organizzativo e ricostruire l'apparecchio del partito".
Terracini assume la direzione del Partito ma, dopo una prima lettera "nella quale si diceva che tutto era stato distrutto" seguono "solo delle lettere polemiche sulla questione della fusione, scritte in uno stile che pareva tanto più arrogante e irresponsabile quanto più l'autore di esse (Terracini) aveva con la prima lettera creato l’impressione che il partito esistesse oramai più solo nella sua persona".
Giunge intanto a Mosca il responsabile del lavoro illegale, Bruno Fortichiari, e dal suo rapporto risulta chiaramente che questo settore del partito ha costituito un centro indipendente da quello facente capo a Terracini e "che i due centri operano indipendentemente l'uno dall'altro, senza collegamenti, senza che l'uno conoscesse almeno le linee generali dell'attività dell'altro e quindi uno diffamando e screditando l'altro".
La polemica con l'Internazionale si traduceva quindi in elemento disgregatore del Partito e, presi da tale polemica, i dirigenti italiani tendevano a darle priorità persino rispetto al problema della sopravvivenza stessa del Partito colpito duramente dalla reazione.
Terracini seguiva infatti la linea di Bordiga che, dal carcere, aveva steso un documento di rottura con l'Internazionale, attaccandone l'Esecutivo particolarmente per quanto riguardava l'atteggiamento verso il Psi, su tale documento erano concordi, oltre Terracini, lo stesso Togliatti e quasi tutto l'Esecutivo italiano.
Gramsci, venutone a conoscenza, si opporrà nettamente e si convincerà che la lotta a Bordìga deve essere condotta sino in fondo, rendendosi anche conto, di fronte alla verifica pratica che la prima ondata reazionaria ne ha dato, di come tutto il problema dell'organizzazione del Partito debba essere rivisto e rianalizzato perché i metodi bordighisti non sono che soluzioni formali, incapaci di reggere nella pratica della lotta.
È in quell'occasione che Gramsci arrivò "fino a dire che se si riteneva che veramente la situazione fosse tale come obiettivamente appariva dal materiale a disposizione, sarebbe stato meglio farla finita una buona volta e riorganizzare il partito all'estero con elementi nuovi scelti d'autorità dall'Internazionale".
In aprile si tiene il XX Congresso del Psi che vede in quel partito la situazione totalmente mutata rispetto al congresso precedente.
Già nel corso del IV Congresso dell’Internazionale, profittando del fatto che Serrati si trova a Mosca, la direzione de "l’Avanti!" è stata usurpata da Nenni e il giornale usato in funzione di propaganda antifusionista e anticomunista.
Serrati, al suo rientro da Mosca, viene arrestato e la frazione Nenni-Valla consolida le proprie posizioni nella direzione del Partito, mettendo così in minoranza al congresso i fusionisti (5.361 voti contro 3968).
Serrati sarà espulso dal Psi con i redattori di "Pagine Rosse". Nel giugno, quando si tiene a Mosca la terza conferenza dell'Esecutivo allargato dall'Internazionale Comunista, la situazione è chiaramente mutata rispetto all'anno precedente e la questione italiana deve essere rivista alla luce di un Psi che ha una direzione totalmente antifusionista e di un Pcd'I dove il gruppo Bordiga dichiara apertamente di volersi contrapporre ai deliberati del IV Congresso dell’Internazionale.
La destra del Partito si sente più che mai forte, spalleggiata dai terzinternazionalisti (Terrini) del Psi al punto che Gramsci sosterrà che "si è veramente formata una piccola frazione socialista nel Partito Comunista" e, battendosi contro la destra, otterrà che nella nomina del nuovo Esecutivo italiano la maggioranza rimanga nelle mani della sinistra.
L'Internazionale applica così all'Italia misure di centralismo nominando da Mosca il nuovo Esecutivo del quale sarà responsabile Togliatti, Terracini sarà destinato a sostituire Gramsci a Mosca e Gramsci dovrà invece andare a Vienna per seguire più da vicino la situazione italiana. Nell'agosto Bordiga si dimette dal Comitato Centrale opponendo così un netto rifiuto alle misure del Comintern.
Nel settembre viene arrestato a Milano tutto il nuovo Esecutivo per essere liberato pochi mesi dopo, anche perché il processo a Bordiga e agli altri dirigenti si concluderà nell'ottobre con la piena assoluzione.
A novembre Gramsci si trasferisce a Vienna da dove comincia una fitta corrispondenza coi compagni italiani secondo il programma che già aveva annunciato nel maggio e che si poneva come obiettivi fondamentali: "Creare all'interno del partito un nucleo, che non sia una frazione, di compagni, che abbiano il massimo di omogeneità ideologica e quindi riescano ad imprimere all'azione pratica un massimo di unicità direttiva", "tre anni di esperienza ci hanno insegnato, non solo in Italia, quanto siano radicate le tradizioni socialdemocratiche, e come sia difficile con la semplice polemica ideologica distruggere i residui del passato.
È necessaria una vasta e minuta azione politica, che disgreghi, giorno per giorno, questa tradizione, disgregando l'organismo che la impersona".
Anche il problema della fusione è per Gramsci estremamente chiaro: "Se noi sappiamo bene operare, noi assorbiremo il Partito socialista e risolveremo il primo e fondamentale problema rivoluzionario: unificare il proletariato d'avanguardia e distruggere la tradizione popolaresca demagogica".

1924
Il primo obiettivo che si propone, quello di costituire un nucleo dirigente sulle posizioni dell'Internazionale Comunista. Gramsci lo realizza operando sia su singoli compagni che mettendo insieme linee operative e iniziative concrete di lavoro.
Già nel settembre del 1923 aveva tracciato il piano per l'attuazione di un quotidiano capace di contrastare "L’Avanti!", ne aveva proposto il nome "1'Unità", il programma "Repubblica federale degli operai e contadini", come traduzione della formula "governo operaio e contadino" più rispondente all'obiettivo di conquistare il Meridione alle lotte del proletariato, ne aveva stabilito l'ambito di intervento proponendo che non fosse un giornale prettamente di Partito ma "un giornale di sinistra, della sinistra operaia, rimasta fedele al programma ed alla tattica della lotta di classe".
Il primo numero de "l'Unità" uscirà a Milano il 12 febbraio, mentre il 1° marzo sarà stampato a Roma il primo numero di una nuova edizione de "l’Ordine Nuovo" quindicinale e concepito come "Rassegna di politica e di cultura operaia" e preparato quasi interamente da Gramsci.
Le lettere che invia da Vienna a vari membri del Comitato Centrale costituiscono una vera e propria piattaforma di ristrutturazione del Partito e mostrano quanto sia vitale ed efficace la linea tracciata dall’Internazìonale Comunista.
Inizialmente si trova davanti compagni sulle posizioni di Bordiga, disposti a firmare il documento con cui ci si contrappone direttamente al Comintern, ma via via le posizioni si differenziano e, mentre Gramsci riesce con relativa facilità a scindere le responsabilità di questi compagni da Bordiga, più difficile è portarli su un terreno di lotta.
Sino all'ultimo, particolarmente Togliatti e Terracini, tenteranno di evitare nette prese di posizione, cercando di far sopravvivere le posizioni bordighiste a fianco di quelle internazionaliste, attribuendosi il ruolo di "ponti" fra Gramsci e Bordiga, oscillando fra continue indecisioni ed evitando di discutere sul terreno dei principi marxisti-leninisti su cui Gramsci vuole condurre il dibattito con una intransigenza ed un rigore che non ammettono mediazioni.
Solo nel marzo Gramsci potrà scrivere: "Si può costituire un gruppo capace di lavorare e di iniziativa forte. A questo gruppo io darò tutto il contributo e la collaborazione che le mie forze consentono, per quello che tali cose possono valere.
Non mi sarà possibile far tutto ciò che vorrei, perché ancora attraverso giornate di debolezza atroce, che mi fanno temere una ricaduta nello stato di coma e di instupidimento in cui mi sono trovato negli anni scorsi, ma mi sforzerò ugualmente".
Gramsci ha una salute sempre precaria e non può fidarsi della sua forza fisica, non vorrebbe quindi assumere un ruolo determinante nell'organizzazione, ciò che invece sarà costretto a fare dallo sviluppo degli avvenimenti e dal suo profondo senso rivoluzionario del dovere.
Nell'aprile è eletto deputato e può quindi rientrare in Italia dopo due anni di assenza.
Nel maggio, appena rientrato, è impegnato nella prima conferenza nazionale del Partito che si tiene, clandestina, a Como.
Si tratta in effetti di un Comitato Centrale allargato ai segretari provinciali e che dà la misura di quanto la base del partito ignori totalmente temi e contrasti che hanno travagliato il Centro negli anni precedenti. La sinistra bordighista raccoglierà larghi consensi fra i segretari provinciali, una maggioranza discutibile, anche perché, come dirà Gramsci, "è stata in realtà una maggioranza di funzionari. Infatti la conferenza era formata esclusivamente dai segretari federali, tutti eletti d'autorità".
La maggioranza del Comitato Centrale si schiera con Gramsci che, in quell'occasione, accentua la sua polemica con l'estrema sinistra.
Nel convegno di Como Gramsci lega inoltre la lotta contro Bordiga alla lotta che l'Internazionale e il Partito bolscevico conducono contro Trotzkij, un parallelo che Gramsci svilupperà negli anni seguenti e nei “Quaderni del carcere”, individuando la matrice piccolo borghese dell'ultrarivoluzionarismo dell'uno e dell'altro.
Nel giugno si tiene a Mosca il V Congresso dell'Internazionale Comunista.
Gramsci doveva far parte della delegazione italiana ma, mentre sta per partire, esplode la crisi sul delitto Matteotti e, di rinvio in rinvio, finisce col rinunziare alla partenza per dirigere il Partito in quell'importante frangente storico.
Matteotti era un riformista che nel 1921, di fronte all’avanzata delle squadracce fasciste, aveva sostenuto: "non bisogna accettare provocazioni, ché anche la viltà è un dovere, un atto di eroismo".
Alla riapertura delle Camere sarà lui a pronunciare il discorso di denuncia dei brogli elettorali, della violenza, delle minacce che avevano caratterizzato la campagna elettorale dell'aprile e, per quel discorso, sarà assassinato dai fascisti.
Quando il suo corpo verrà ritrovato, crivellato di colpi, lo sdegno sarà enorme e le opposizioni parlamentari si riuniranno in un Comitato, decidendo di disertare il Parlamento.
Gramsci partecipa al Comitato delle opposizioni e all'assemblea dell'Aventino che raggruppa tutti i parlamentari antifascisti, propone una linea d'azione che si basa sulla totale mobilitazione delle masse, chiede che l'Aventino si assuma tutte le prerogative del Parlamento (antiparlamento) e il Comitato delle opposizioni operi coi poteri di un governo che si basa direttamente sulle masse, ritiene inoltre che la prima risposta da dare ai fascisti sia uno sciopero generale indetto dalla Cgl.
Ma i partiti borghesi e riformisti temono più il movimento di massa dello stesso fascismo e neanche una proposta del Pcd'l sarà accettata, l'immobilismo dell'Aventino diventa una copertura che permette a Mussolini di riorganizzare le sue file e, per non essere compromesso in tali responsabilità, il Pcd'I abbandona il blocco delle opposizioni proclamando, unilateralmente, uno sciopero generale per il 27 giugno.
Allo sciopero aderiscono oltre mezzo milione di lavoratori dimostrando quanto le direttive del Partito cominciassero ad avere un seguito di massa.
In tutta la crisi Matteotti, il Pcd'I passa da 10.000 e 20.000 iscritti, stabilisce alleanze coi settori più democratici dell'antifascismo, quali il gruppo “Rivoluzione liberale” e, unendosi alle sezioni di base degli stessi partiti aventíniani, costituisce la rete dei Comitati Operai e Contadini, clandestini alla base e scoperti al vertice, che costituiranno un tessuto fondamentale nella lotta antifascista degli anni più neri della reazione.
La linea di massa portata avanti da Gramsci dimostra tutta la sua validità facendo uscire il Pcd'I dall'isolamento e trasformando i suoi quadri in organizzatori reali del movimento di massa.
Le polemiche interne al Pcd'l si manifestano in tutta la loro cruenza a Mosca, nel corso dell'assise internazionale dove Bordiga sviluppa la sua linea di attacco al Comintern, tentando di realizzare una frazione che raccoglie le forze più eterogenee, dalla destra del partito tedesco sino a collegarsi con Trotzkij nel partito bolscevico.
Si tenta di coinvolgere Bordiga nella direzione dell'Internazionale, egli verrà eletto nell'Esecutivo assieme a Togliatti in rappresentanza del Pcd'I, ma vani saranno i tentativi per farglì assumere responsabilità di direzione nel Partito italiano.
Il V Congresso si chiude con la parola d'ordine della bolscevizzazione, con la direttiva di una più rigida organizzazione del Partito da realizzarsi parallelamente ad una decisa linea di massa.
In agosto la frazione "terzinternazionalista" si scioglie e confluisce nel Pcd’I.
Nella seduta del Comitato Centrale, Gramsci svolge la relazione sulla situazione italiana e i compiti del Partito definendo la tattica da seguire verso l'Aventino e le misure da prendere per strutturare il Partito sulla base delle cellule.
Gramsci viene eletto segretario generale del Pcd’I.
In settembre, a Mosca, nasce il figlio Delio. Il 20 Ottobre, scrivendo alla moglie, annuncia il suo imminente viaggio in Sardegna (“ Tra giorni partirò ancora per la Sardegna…tutti i miei pensieri e i miei sentimenti sono legati a te, cara, e qui passo in mezzo alla gente accorgendomi solo di ciò che mi interessa, dell’aspetto politico del panorama”) per presiedere il Congresso provinciale del Partito che si terrà il 26 in località Is Arenas a Cagliari, fra le saline e Quartu.
Ci sono due testimonianze dell’evento: Nino Bruno, il giovane metallurgico delle Costruzioni meccaniche che lo accompagnò (“Gramsci, seduto sotto un albero, fa la relazione.
Diceva di Bordiga e poi della necessità di riorganizzare il partito e della propaganda che si doveva fare in Sardegna per convincere i pastori, i contadini, e i pescatori a mettersi a fianco degli operai di tutta l’Italia. Segue la discussione, l’unico favorevole a Bordiga era il delegato di Sassari… abbiamo finito il Congresso alle sei di sera”); e Giovanni Lai, uno dei dirigenti più giovani della sezione di Cagliari, che sarà suo compagno di prigionia a Turi di Bari (“Al convegno tenne lui la relazione e la sezione di Cagliari seppe trarre profitto dalle sue indicazioni politiche e di lavoro per fare uscire il partito dalla condizione di isolamento in cui si trovava in Sardegna.
Il parere unanime dei compagni fu che con un dirigente come lui alla testa del partito le cose sarebbero cambiate profondamente e si sarebbe finalmente imboccata la strada per la costruzione di un partito nuovo, capace di fare politica”).
Il giorno dopo Gramsci parte per Ghilarza, dove si trattiene fino al 6 novembre.
In novembre, alla riapertura del Parlamento, i deputati comunisti decidono di partecipare alle sue sedute, dato che l'Aventino ha rifiutato ogni proposta per prendere misure concrete di opposizione al governo Mussolini. Saranno i comunisti a far fronte, da soli, alla masnada fascista, smascherando totalmente l'istituto parlamentare e l'uso che di esso ne fanno i fascisti.
In dicembre si tiene il Congresso della Cgl e i comunisti sviluppano una dura battaglia contro i bonzi sindacali, responsabili di aver frenato le masse quando più favorevoli erano le condizioni della lotta.
Il Pcd'l si radica sempre più solidamente fra le masse e, con il ruolo autonomo svolto nel corso di tutta la crisi Matteotti, diventa punto di riferimento e di riorganizzazione del proletariato.

1925
Il 3 gennaio Mussolini è certo dell'impotenza delle opposizioni aventiniane e col discorso dove afferma "se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere", scatena la repressione contro tutti i partiti e contro la stampa che lo avevano avversato.
Il fascismo assume a tutti gli effetti i connotati di aperta dittatura del capitale; ancora sono i.comunisti i più colpiti dalla reazione, ma questa volta essi sono anche i più preparati a farvi fronte.
Il Partito continua a svilupparsi ormai nell'illegalità e nel clima di terrore instaurato dalla nuova ondata repressiva fascista.
Gramsci utilizza al massimo le possibilità che ancora gli vengono dall'immunítà parlamentare e si sposta per tutta Italia lavorando alla preparazione del Congresso ormai imminente.
Nel marzo-aprile è a Mosca ai lavori della V Sessione dell'Esecutivo allargato.
La lotta antitrotzkista é in pieno sviluppo nel Partito bolscevico, ormai chiara appare anche ad altri delegati l'analogia Trotzki-Bordiga che Gramsci aveva indicato l'anno precedente.
In giugno il gruppo bordighista conduce aperta azione di frazionismo costituendo il "Comitato d'Intesa". Gramsci anima e conduce direttamente la battaglia contro Bordiga e l'estrema sinistra, utilizzando questa lotta per chiarire ed approfondire alla base la concezione leninista del Partito.
In autunno Giulia col bambino raggiungono Gramsci a Roma dove alloggiano presso la sorella di Giulia, Tatiana.

1926 A Lione, in gennaio, si tiene il III Congresso del Pcd'I. Le tesi, preparate da Gramsci, ottengono il 90,8% dei voti.
La ristrutturazione del Partito, la sua bolscevizzazione ha raggiunto un grado elevato, le cellule d'officina sono 460 con 4.000 operai, quelle di strada 750 con 7.000 organizzati, quelle di villaggio 950 con 10.000 compagni, totalmente il Partito è per la maggioranza operaia, ma salde radici si sono poste anche nelle campagne.
I congressi si sono svolti nelle cellule ed esse hanno inviato i propri delegati ai Congressi provinciali, e da lì al Congresso nazionale.
In meno di due anni Gramsci ha sviluppato un'enorme mole di lavoro, sotto la sua direzione il Partito si è interamente trasformato, la destra di Tasca è annichilita e la frazione bordighista appare al Congresso come un gruppo sparuto, incapace di un proprio discorso, chiuso in astiose recriminazioni e totalmente fuori dalla realtà.
Il Congresso di Lione rappresenta l'affermazione del leninismo nell'avanguardia proletaria italiana.
È il Partito di Lione, il Partito di Gramsci, che affronterà la buia notte del fascismo, sono questi militanti che manterranno unita la compagine proletaria nelle prigioni e al confino, sparsi in tutta Europa o riuniti nella difesa della Spagna repubblicana.
Su 4.671 condannati dal Tribunale Speciale, 4.030 sono comunisti.
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