“È un buon compagno, ma non proprio una buona compagnia…”, disse una volta un dirigente comunista del Segretario del partito Enrico Berlinguer. Riservato e silenzioso, Berlinguer parla in un modo pacato e asciutto eppure ancora capace di diffondere un certo magnetismo. È un’anomalia in tutti i sensi. Sebbene guidi il più grande partito proletario d’Occidente, le sue fragili mani sono state raramente rovinate da un attrezzo più ruvido del timone di una barca a vela. Discendente di una famiglia aristocratica sarda di proprietari terrieri, è sposato con una cattolica praticante, ma è egli stesso un ateo.
Lo sviluppo impetuoso del movimento per la pace, caratterizzato da contenuti e forme di partecipazione in parte diversi da quelli propri dei partiti, ci consente di riproporre il tema delle novità che si vanno manifestando nel rapporto tra le masse e la politica, sul quale avemmo occasione di riflettere dopo la campagna referendaria sull’aborto. Già allora rilevammo la necessità, soprattutto per un partito come il nostro, di liberarsi definitivamente e rapidamente da una visione riduttiva della politica e della lotta politica, che tende a misurarne i risultati solo in termini di voti per i partiti, di numero di seggi nelle assemblee elettive, di peso espresso in numero di posti e posizioni di potere, di formazione di schieramenti politici, parlamentari e di governo. Tutte queste cose sono importanti e, spesso, decisive, ma esse non devono indurre i partiti – e comunque un partito quel è il nostro – a ignorare o anche solo a trascurare il carattere e il valore schiettamente politici di quei fatti ai quali danno luogo movimenti e organismi che, sulla base di bisogni di esigenze della più varia natura, si manifestano e si affermano nella società e anche fuori dei partiti e che sono indice e conseguenza, a un tempo, di questioni nuove da risolvere, di aspirazioni, idee, costumi e comportamenti nuovi del nostro secolo.
Nell’agosto del 1946, trentatré anni fa, Palmiro Togliatti scriveva per Rinascita un editoriale che, a rileggerlo oggi, offre l’occasione per meditare fruttuosamente sulle recenti vicende politiche italiane e sulle iniziative del nostro partito – di allora e di oggi – nell’individuare gli obiettivi e nel mobilitare unitariamente le forze capaci di salvare il paese rinnovandolo.
L’editoriale, scritto in un momento acuto dello scontro con De Gasperi sulla politica economica, era dedicato alla politica di Epicarmo Corbino (allora ministro liberale del Tesoro) e alla lotta dei comunisti e delle sinistre democratiche per dare un nuovo corso all’economia del paese. In esso, con scrupolosa e distaccata precisione, si fa il bilancio complessivo di quella fase della politica del Pci che Togliatti definì la fase di un «preciso compromesso» tra «le grandi ali» (quella progressiva e quella conservatrice) del «fronte antifascista».
Un uomo, un dirigente politico avverte oggi una certa difficoltà a parlare a un pubblico in così grande prevalenza femminile, che giustamente non tollera più discorsi vaghi e discorsi paternalistici. È una difficoltà: ma è tuttavia minore se si parla a nome di un partito come il nostro che – sia pure ancora con limiti e ritardi – è certamente il partito che più di ogni altro si è impegnato da anni, e si impegna, grazie anche al contributo delle sue militanti, a comprendere i problemi delle donne, a battersi con esse per risolverli, a cogliere e a far proprie le novità che vengono via via affiorando e si vanno affermando nella coscienza delle donne, nei loro movimenti di emancipazione e di liberazione.
Possono dire lo stesso gli altri partiti? Qualcosa si è già visto e saputo. Abbiamo letto ad esempio che nell’assemblea nazionale delle donne socialiste il discorso del segreta¬rio di quel partito è stato contestato: non solo e non tanto per avere egli imprudentemente riesumato – la scorsa l’state – la figura di Proudhon, un accanito ultra-antifemminista: e nemmeno soltanto per non essere in grado di dare sicuri affidamenti circa la elezione di un numero adeguato di candidate socialiste (nel disciolto Parlamento esisteva una sola rappresentante del PSI): ma soprattutto per non essere entrato nel merito delle questioni poste dalle compagne socialiste con un documento e con delle relazioni che dimostravano un serio e positivo impegno di elaborazione.